mercoledì 17 gennaio 2018

"LA PROGRAMMAZIONE DELLE UTI. MA DOV'E' LA RIFORMA?" di PROF. SANDRO FABBRO


LA PROGRAMMAZIONE

DELLE UTI.

MA DOV’È LA RIFORMA?

di

SANDRO FABBRO
 

16 gennaio 2018


Qualche anno fa ho sostenuto che le Unioni Territoriali Intercomunali (le famose UTI), per come erano nate e per come erano configurate, non costituivano un nuovo e utile livello di governo del territorio. Il recente piano di investimenti triennale (cfr. MV del 9 gennaio 2018) mi conferma tale ipotesi.

L’Intesa di qualche giorno fa, tra Regione e UTI, per 147 milioni di euro in tre anni, permette infatti di fare una prima valutazione dell’utilità delle UTI dal punto di vista programmatico. Si tratta di ben 265 interventi per una media di 120 euro/abitante, 550mila euro a intervento (costo, per capirsi, di una rotatoria stradale), 680mila euro per Comune (costo di una rotatoria un po’ più grande), 8ml per ciascuna UTI. Le dotazioni medie unitarie non sono quindi significative ma potevano comunque innescare una riqualificazione della spesa regionale sul territorio. Se si guarda al tipo di interventi ed alla loro dimensione reale, si scopre, invece, che si tratta di interventi -tutti magari utili-, ma che potevano essere realizzati benissimo dai Comuni (con gli opportuni supporti di personale tecnico, eventualmente). Gli interventi previsti sono, infatti, più numerosi dei Comuni e, per la gran parte, puntiformi: rotatorie e incroci sulla viabilità ordinaria; manutenzioni straordinarie, ristrutturazioni di edifici comunali, riqualificazioni di impianti sportivi, sempre comunali; piccoli percorsi ciclopedonali; recuperi di singoli edifici storici. All’apparenza, nulla di negativo, certo. Ma dov’è l’area vasta? Solo nel “Friuli centrale”, in quella della Carnia e in quella delle Dolomiti friulane, si nota qualche timida intenzionalità di intervento più ampio e sistematico. Per il resto le proposte sono tutte di scala esclusivamente comunale. Le poste più consistenti si trovano naturalmente nelle opere viarie (rotatorie e incroci) e su alcuni interventi di sistemazione idrogeologica (5ml a per un tratto di costa a Muggia) o sugli impianti sportivi (4ml per un intervento nella “Bassa friulana”). Ma si tratta sempre di opere di interesse strettamente comunale.

Dunque, qual è la ratio di questo piano di investimenti triennali di “area vasta” visto che si tratta di opere al 90% minuscole e di interesse comunale? Dove sono, per esempio, l’autosufficienza energetica, la gestione dell’acqua a fini idroelettrici, la mobilità sostenibile ed il trasferimento modale dall’auto al trasporto pubblico, i servizi alle famiglie e soprattutto alla residenzialità di anziani e giovani, la riqualificazione delle aree degradate o abbandonate, gli interventi per la sicurezza idrogeologica e l’adattamento al cambiamento climatico, e, perché no, le nuove opportunità di lavoro e occupazione che ne possono derivare? Mi si dirà: “ma i 265 interventi comporteranno anche numerosi cantieri”. Certo! Ma sono cantieri che potevano essere aperti anche dai Comuni (assicurando, ai più piccoli, le strutture tecniche per poterlo fare). Quindi, dov’è la riforma delle UTI se i Comuni sono stati espropriati di proprie “naturali” competenze che potevano esercitare da soli?

La conclusione che si potrebbe trarre da questa prima analisi è che, in questa programmazione, non si vede alcuna riforma della spesa pubblica regionale sul territorio e non si vede neppure un “progetto di territorio” da parte della Regione. Come sostenevo qualche anno fa : ”Le 18 UTI della legge regionale 26/2014 non sono né aggregazioni dal basso (anche se la maggioranza dei Comuni vi ha aderito senza particolari resistenze) né aree vaste strutturate per politiche di sviluppo territoriale perché sono troppe e perché “alcune Unioni includono comuni “esterni” al sistema locale e altre escludono comuni da sempre “interni” al sistema locale. I Comuni si sentono inoltre “espropriati” di loro competenze, a vantaggio delle Unioni, mentre la Regione, di suo, ci ha messo molto poco. L’idea di territorio che emerge da queste UTI è, quindi, quella di un territorio fatto di comunità locali un po’ artificiali, destinate a gestire servizi comunali in riduzione e senza alcuna capacità di incidere sul futuro dei territori” (MV del 21/12/2015). L’analisi fatta in precedenza conferma questa posizione espressa in tempi non sospetti.

Per la prossima legislatura bisognerà pensare ad una drastica revisione delle UTI. È oggetto di discussione se rendere facoltativa l’adesione. Ma, in ogni caso, bisognerà ridurle di numero, modificarne, dove non funziona, la composizione e soprattutto rivederne a fondo la missione, nella direzione, in primis, di restituzione di funzioni (e adeguate capacità operative) ai Comuni e di forte trasferimento, alle UTI, di poteri e competenze oggi accentrati nella Regione.

Prof. Sandro Fabbro

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Il documento a firma del Prof. Sandro Fabbro è stato pubblicato come Post su "Facebook - Patto per l'autonomia”, il 16 gennaio 2018.
 
La Redazione del Blog ringrazia il Prof. Sandro Fabbrodocente dell'Università di Udine – per averle concesso la pubblicazione della sua ottima  e condivisibile analisi politica.  
 

LA REDAZIONE DEL BLOG

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DOCUMENTI
 
 
Legge regionale  Friuli-VG 26/2014
 
CAPO II
 
 COSTITUZIONE DELLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI
 
Art. 5
 (Unioni territoriali intercomunali)
 
1. Le Unioni territoriali intercomunali sono enti locali dotati di personalità giuridica, aventi natura di unioni di Comuni, istituiti dalla presente legge per l'esercizio coordinato di funzioni e servizi comunali, sovracomunali e di area vasta, nonché per lo sviluppo territoriale, economico e sociale. (....)
 
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Sentenza della Corte Costituzionale
nr. 50 del 2015
 

Il D.Lgs. 267/2000 definisce le Unioni di Comuni come un ente locale, ma la sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 2015 ha chiarito che si tratta di una "forma istituzionale di associazione tra Comuni" e non un nuovo ente locale.

 
Copia/incolla dalla Sentenza della Corte costituzionale nr. 50 del 2015:

« Tali unionirisolvendosi in forme istituzionali di associazione tra Comuni per l’esercizio congiunto di funzioni o servizi di loro competenza e non costituendo, perciò, al di là dell’impropria definizione sub comma 4 dell’art. 1, un ente territoriale ulteriore e diverso rispetto all’ente Comune – rientrano, infatti, nell’area di competenza statuale sub art. 117, secondo comma, lettera p), e non sono, di conseguenza, attratte nell’ambito di competenza residuale di cui al quarto comma dello stesso art. 117. »
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DOMANDA
 
Le UTI non sono dunque un ente locale (come da sentenza della Corte Costituzionale nr. 50/2015) e  neppure "un ente territoriale ulteriore e diverso rispetto all'ente Comune" (come da sentenza della Corte Costituzionale nr. 50/2015).
 
Quando la Giunta  Serracchiani terrà conto di questa importante sentenza della Consulta che definisce la natura giuridica/costituzionale delle Unioni dei Comuni (UTI da noi in regione) e modificherà conseguentemente la L.R. 26/2014 istitutiva delle UTI? 
 
LA REDAZIONE DEL BLOG   
 

domenica 14 gennaio 2018

LA POLITICHE PE LENGHE FURLANE: LA OPINION DI SANDRI CARROZZO


LA POLITICHE

PE LENGHE FURLANE

 
UNE OPINION

UNE VORE INTERESSANTE

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dal Blog di

Sandri Carrozzo




La politiche pe lenghe furlane: risultâts de ultime aministrazion regjonâl in Friûl-VJ e propuestis pal avignî

 

Chest document al vûl stazâ la cundizion de politiche pe lenghe furlane dai ultins agns e segnâ ancje cualchi linie par che si puedin miorâ i siei ponts critics, tai agns che a vegnin.

Par fâ cheste valutazion no si larà tant daûr di ce che al è il nivel di metude in vore des normis di tutele, robe che e varès di vignî fûr avonde clare de cunvigne inmaneade de Regjon, cemût che e vûl la leç 29/2007, prime de fin dal mandât.

Si tignarà invezit cont de sudivision classiche de planificazion linguistiche in status, corpus, acuisizion di locutôrs, che al è un ordin di analisi e di azion che al coventarès recuperât.

1. I trê setôrs de politiche linguistiche

1.1 Status

Za tai prins agns dal 2000 la lenghe furlane e je rivade a cambiâ di status, tal sens di percezion di impuartance di bande de int: in chest cambi si à viodût a lâ al mancul i prejudizis contraris, tipics de concezion dialetâl o antifurlane, e a sfrancjâsi un preseament gjenerâl pe lenghe furlane, tant che valôr culturâl e identitari positîf, che al merte di jessi tutelât e disvilupât.

Si pues dî che tai ultins 5 agns la situazion no je mudade ni in piês ni in miôr, e che la percezion de lenghe furlane e je stazionarie: lis diviersis campagnis di promozion de lenghe in sostance a àn ribatût ponts za acuisîts tai agns prime e no àn zontât elements gnûfs.

Chel che al è ancjemò un bloc di rompi al è leât a une concezion dal furlan tant che lenghe piçule e cence utilitât pratiche: cundut de sô impuartance culturâl e identitarie, sul plan de utilitât il furlan al è calcolât dai furlans inferiôr al talian e fintremai al inglês.

Stant che te societât contemporanie la vision utilitariste e je une vore fuarte, l'efiet su la salût de lenghe furlane al è negatîf: une lenghe mancul utile no ven fevelade in famee, i gjenitôrs a deleghin il sô insegnament ae scuele, e se dopo la scuele no rive a risultâts concrets (cemût che al sucêt te plui part dai câs) no pretindin e no protestin.

Tai agns che a vegnin une politiche linguistiche pal status e varà di frontâ cheste problematiche une vore pericolose e fâ capî ai furlans che la lôr lenghe e à ancje une utilitât pratiche, a pâr o ancje parsore dal talian e dal inglês, insuazant la sô promozion intun contest di plurilinguisim, dulà che no podaran mancjâ todesc e sloven.

1.2 Corpus

Sot de ultime aministrazion ARLEF e INSIEL a àn cuistât o cjolt a fit programs informatics che a puedin zovâ une vore a larc: in particolâr il Coretôr Ortografic Furlan, ancje te version integrade in Open Office, e il tradutôr automatic talian-furlan Jude3, te version base e in chê specifiche pe meteorologjie.

Al è stât finanziât, ancje se cun interuzions e ritarts, il progjet dal Corpus etichetât de lenghe furlane.

Al è stât finanziât un lavôr di racuelte e riproduzion di tescj furlans antîcs.

Si è inviât il lavôr par dâ dongje il materiâl pe certificazion de lenghe furlane: cheste iniziative, che e je pardabon strategjiche, si le fâs cuntun ritart ecezionâl e contrari ae leç: in sostance al varès vût di jessi pront za tal 2008-2009 ma al à cjatât ostacui politics, aministratîfs e contratuâi e dome tal 2017 si è rivâts a fâ partî il progjet.

Tal complès si pues laudâ l'impegn de aministrazion tal setôr dal corpus, che za di 20 agns al è chel che al da i risultâts miôr te planificazion linguistiche pal furlan, ma no si pues fâ di mancul di notâ che i ritarts e lis interuzions di finanziament, cualsisei che a sedin lis lôr causis, a produsin un efiet di pierdite di professionalitâts e di indebiliment une vore grâf des struturis che a lavorin in chest setôr.

1.3 Acuisizion di locutôrs

I risultâts che si puedin otignî in status e corpus a son dibant se la comunitât linguistiche minorizade e va indevant a pierdi locutôrs.

Te societât furlane la acuisizion di locutôrs e sucêt in part cu la integrazion di gnovis personis (furlans che no àn imparât il furlan di fruts; imigrâts), par vie de relazion spontanie in ambients li che la lenghe furlane e je naturâl. Chest fenomen al è un segnâl positîf, ma pardabon al è masse debil par garantî la sorevivence de comunitât linguistiche.

Tes fameis la trasmission de lenghe furlane ai fruts e je simpri plui basse, cun proporzions che aromai a fasin pensâ che se no si interven subite, cualsisei intervent futûr nol rivarà a fâ recuperâ un numar di locutôrs che al permeti ae lenghe furlane di jessi vitâl. Intervignî in positîf a nivel di fameis al è dificil: chel che si pues fâ, al è di une bande incressi il status de lenghe furlane e dimostrâ la sô utilitât, di chê altre incressi la sô presince massive in dute la societât, di maniere che al torni a jessi calcolât normâl ancje tes fameis.

La scuele e à impuartance fondamentâl te acuisizion di gnûfs locutôrs, ma la sô azion pe lenghe furlane no da scuasi nissun risultât concret. Lis causis di chest faliment a son:

  • une ore di furlan par setemane a scuele no baste;
  • une vore dispès ancje se si declare di insegnâ furlan, no si lu insegne;
  • no je nissune verifiche dai risultâts didatics: a son dome autodeclarazions dai insegnants o dai istitûts;
  • no je une strategjie didatiche acetade dal complès des scuelis, ancje parcè che no je pussibilitât di intervent de regjon su lis scuelis e a nivel statâl la tutele de lenghe furlane e je contrastade;
  • di là de scuele dal oblic la lenghe furlane e sparîs: a son une vore pôcs i istitûts superiôrs che a fasin une cualchi piçule ativitât sperimentâl par furlan;
  • tai ultins agns te Universitât la lenghe furlane no je stade doprade, tes pocjis oris che e je stade insegnade, e je stade tratade pal solit par talian.

Devant di cheste situazion, une vore negative, e je dome une soluzion: la Regjon e varà di otignî dal stât la competence su la scuele e rivâ a implantâ un sisteme plurilengâl dulà che, te zone di tutele, il 50% des oris a sedin fatis par furlan, il rest ta chês altris lenghis storichis de regjon (talian, todesc, sloven).

2. Ponts critics

2.1 Vision politiche e strategjiche

Sot de ultime Zonte la concezion de lenghe furlane e je stade pôc diferente rispiet ae Zonte Tondo: in struc cheste cuistion no je une prioritât e il sfuarç de Regjon al è minim, plui indreçât a no vê protestis che a cirî risultâts positîfs.

In particolâr cheste concezion e puarte a doi problemis che a inderedin cualsisei azion:

  • mancjance di strategjie, di planificazion, di declarazion di obietîfs concrets, che si puedin verificâ;
  • interpretazion limitative di dutis lis normis, vâl a dî che si fâs dome il minim di ce che la leç e oblee a fâ (e dispès nancje chel) e no si fâs invezit dut ce che la leç e permet di fâ.

2.2 La Universitât di Udin

Sui prins agns dal 2000 te Universitât a jerin scuasi une desene di figuris, jenfri professôrs e ricercjadôrs, che a lavoravin (magari ancje pal plui par talian e a nivel dialetologjic) su la lenghe furlane.

La Universitât e je stade une spuinde ancje te formazion di professioniscj de lenghe furlane (gjornaliscj, tradutôrs, lessicografs, insegnants) in iniziativis voludis e paiadis dal OLF.

I ponts critics a son che la Universitât di Udin (che pardabon no merete clamade Universitât dal Friûl) no à mai invistît fonts dai siei pal disvilup de lenghe furlane; scuasi ducj i insegnants che a lavoravin sul furlan a son lâts in pension e la Universitât no à metût nissun tal lôr puest; parfin a nivel di ricercjadôrs precaris e di sporteliscj si è rivâts dongje dal zero.

Cheste involuzion no je par câs, ma e je il risultât di une sielte politiche dal senât academic.

Par che la Universitât di Udin e puedi jessi un imprest funzionâl ae planificazion linguistiche pal furlan no si pues sperâ che il senât academic al volti vele bessôl, e, viodût ce che al è il status de lenghe furlane, no si pues nancje spietâsi che a sedin protestis e manifestazions di students.

Ce che al podarà comedâ cheste situazion, che e je contrarie ae leç istitutive de universitât stesse e a une des sôs funzions fondamentâls, e sarà la pression politiche de Regjon, che e je un ent finanziadôr une vore impuartant pal ateneu.

2.3 La Assemblee de Comunitât Linguistiche Furlane

La Assemblee, che e da dongje 107 comuns li che e je tutelade la lenghe furlane, e pues jessi un sogjet une vore impuartant pal sucès de politiche linguistiche. Fin cumò, in graciis de figure autorevule dal so president e à vût vôs in cuistions di tutele dai dirits linguistics (e no dome).

Une funzion pratiche e podarès jessi chê di judâ i comuns a scrivi e a rispietâ i plans locâi di politiche linguistiche (previodûts de LR 29/2007), che in sostance a son un pont ancjemò ignorât.

Nol sarès impussibil, e al segnarès un cambiament rivoluzionari, se i Comuns che a fasin part di cheste Assemblee, a acetassin di impegnâsi a spindi “in lenghe furlane” une part minime garantide (un 20%, tant par fâ un esempli) dai lôr fonts destinâts a culture, ativitât didatiche e ricreative, compre di libris e v.i.. Cence spindi nuie in plui di ce che si spint cumò si inviarès un indot economic straordenari pe produzion in lenghe furlane.

2.4 I ents a cjapitul

I ents a cjapitul a àn ricognossude de leç la lôr impuartance primarie tal sostegn de lenghe furlane. La lôr ativitât dispès e je preziose, ma al zovarès se si fissassin liniis dissiplinârs che a regolin, par esempli, il minim di presince di lenghe furlane tes publicazions (80%?), tes cunvignis e iniziativis culturâls (80%?) e tes comunicazions al public e ae stampe (simpri par furlan, in câs cun dongje altris lenghis).

2.5 Comunicazion di masse

Tal mont de comunicazion si pues calcolâ tant che elements positîfs la presince di une radio (Radio Onde Furlane) che e fâs la plui part de sô ativitât par furlan, e dal mensîl “La Patrie dal Friûl” dut par furlan; pal rest e je stade une presince regolâr ancje se no maioritarie dal furlan in Radio Spazio 103 e tal setemanâl “La Vite Catoliche” e e pues jessi la presince di une pagjine furlane in altris sfueis, ma dispès e je vincolade ae presince di finanziament. Si à di notâ che propit di pôc e je stade une epurazion vergognose che e à scancelât di Radio Spazio 103 e de Vite Catoliche la presince di professioniscj competents e impegnâts te produzion par furlan.

Al è une vore negatîf il faliment de esperience di Il Diari, che al jere rivât a vê une buine cualitât e difusion, ma al è stât bandonât ancjemò sot de Zonte Tondo

La presince te television e je minime e falimentâr: in sostance lis emitentis televisivis a mandin trasmissions par furlan dome daûr finanziament public in chel che al è deventât une sorte di ricat (tal câs de RAI ancje ilegâl).

Par vignî fûr di cheste dinamiche une vore negative si podarà:

  • fâ pression politiche su lis emitentis, ancje previodint di ridusi o gjavâ altris finanziaments regjonâi;
  • finanziâ plui i produtôrs che lis emitentis;
  • valutâ la creazion di canâi di informazion e comunicazion regjonâl par furlan cence passâ par fuarce pe RAI, pes emitentis e pai gjornâi tradizionâi, doprant dutis lis tecnologjiis a disposizion.
2.6 Operadôrs privâts

La politiche linguistiche no pues jessi dome publiche, ma ancje privade.

La sveltece di interpretazion de realtât e di azion che e je tipiche dal privât, rispiet al public (plui di dut tal sisteme talian), e fâs che i privâts a vedin di jessi calcolâts une componente fondamentâl pe sorevivence e pal svilup dal furlan.

Tai agns de zonte Tondo lis realtâts privadis a àn patît une vore pe mancjance di strategjie e pe arbitrarietât dai finanziaments; sot de Zonte Serracchiani lis robis a son cambiadis un pôc, in gjenar in miôr, ma no avonde di fâ ripiâ vitalitât al setôr privât, che si cjate devant di un marcjât insuficient a sostignî cun stabilitât cualsisei ativitât produtive pe lenghe furlane.

Se, cemût che o vin proponût, i Comuns si impegnaran a spindi une percentuâl minime garantide in lenghe furlane, al sarà un mudament rivoluzionari propit tal setôr privât, che al passarà de logjiche dal finanziament (ancje clientelâr) ae dinamiche di marcjât, cun vendite e acuist di materiâl e servizis.

3. Conclusion

I ponts strategjics pe politiche linguistiche pal furlan, daûr dai criteris di status, corpus e acuisizion di locutôrs, a son restâts cence soluzion. In tante part no son stâts nancje frontâts e dispès no son stâts nancje individuâts des struturis regjonâls.

Si pues dî che la Regjon dispès no à competence par frontâ ogni aspiet, ma si scuen dî che no le à nancje pretindude e che invezit e à acetât une posizion passive.

Par frontâ ducj i ponts critics che si à viodût, al contrari, al covente par fuarce che la Regjon e cjapi une funzion ative, par sburtâ un mudament che al è contrari ae inerzie antifurlane: par vê un tant però al è clâr che e varà di cambiâ la maiorance politiche regjonâl, cu la presince massive di fuarcis no leadis ai centris di podê talians.

 
 
SANDRI CARROZZO
 
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La Redazion dal Blog e ringrazie Sandri Carrozzo, che nus à segnalât il so Post, pe sô analisi une vore interessante e clare.
 
Une analisi che di sigûr e jude a capî miôr cemût lâ indenant cu la politiche di tutele de lenghe furlane. 
 
 

domenica 7 gennaio 2018

FERROVIA SACILE-MANIAGO: UN AVVIO DA INCUBO!!!


Ferrovia Sacile – Maniago

UN AVVIO DA INCUBO!! 

 
Nel frattempo il tram di Opicina (Trieste) continua ad essere super-finanziato dalla  Giunta regionale con vagonate di milioni e senza alcun problema di "austerità". 

Tre milioni dalla Regione per far ripartire il tram di Opicina

Il finanziamento "per la completa messa in sicurezza della linea tranviaria", è stato assegnato da un emendamento alla legge di Stabilità regionale .
 
12 dicembre 2017


E questo è solo l'ultimo finanziamento in ordine di tempo destinato al tram di Opicina...

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Dal Blog

Comitato pendolari alto Friuli 

Sacile-Maniago: un avvio da incubo. Lettera aperta dei Pendolari all'Assessore regionale Santoro e ai Sindaci.

 

http://comitatopendolarialtofriuli.blogspot.it/2017/12/sacile-maniago-un-avvio-da-incubo.html

 
e così il 3 gennaio 2018
 
 

"Altra giornata di passione per la Sacile-Maniago. Tutti i treni della mattina hanno registrato pesantissimi disagi e anche il pomeriggio non è stato migliore: a fine giornata sono state tre soppressioni (R24862, R24867, R24890) e sei ritardi fino a 75 minuti che hanno coinvolto i R24864, R24868, R24863, R24869, R24889 e R24897 a causa ancora di problemi all’infrastruttura e ai passaggi a livello. (...).

Lunedì riprenderanno le lezioni e ci auguriamo che gli studenti e le loro famiglie non debbano pagare ancora sulla loro pelle le colpe di chi, coscientemente o in maniera irresponsabile, ha voluto a tutti i costi inaugurare la ferrovia solo per farsi bello sui giornali.
 
 
La ferrovia non ammette improvvisazione: si dovevano rispettare i termini previsti dal Protocollo d’Intesa Regione/Rfi del 22 novembre 2016, che prevedeva la riattivazione del servizio nel 2018, solo dopo la conclusione di tutti i lavori di adeguamento tecnologico della ferrovia.
 
Ora il danno è fatto e per chi ci crede ancora non resta che pregare SanToro …"
 
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sabato 30 dicembre 2017

RIFORMA SANITARIA REGIONALE - I TAGLI EFFETTUATI TUTTI IN FRIULI!!


RIFORMA SANITARIA REGIONALE

I TAGLI

EFFETTUATI TUTTI IN FRIULI!!

(Pn - Ud - Go)

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Dal sito del Consiglio regionale

Notizie




Pd: 20 milioni in legge di stabilità 2018

per area di Trieste

28/12/2017

http://www.consiglio.regione.fvg.it/pagine/comunicazione/comunicatistampa.asp?comunicatoStampaId=579752



"(...) In sanità - ha aggiunto - siamo l'unica regione in Italia che non ha un euro di debito. Se c'è un'area dove non è stato tagliato praticamente nulla è proprio Trieste, dove i servizi sono potenziati, anche con un incremento di personale. (...)"
 -
Franco Rotelli, presidente della III commissione salute e consigliere regionale del Pd eletto nella circoscrizione di Trieste


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COMMENTO DELLA

REDAZIONE DEL BLOG

  1. per non fare debiti basta non fare investimenti; tagliare posti letto, in Friuli naturalmente, ossia nelle provincie di Udine, Pordenone e Gorizia; chiudere ospedali friulani; ridimensionare e perfino chiudere  interi dipartimenti sanitari friulani (vedi i disastri effettuati negli Ospedali di Latisana, San Daniele del Friuli, Tolmezzo, Gemona e Cividale del Friuli, Gorizia e Monfalcone).
  2. Che alla sanità triestina non fosse stato tagliato nulla era un fatto stra-noto: non serviva ce lo dicesse il consigliere regionale triestino Franco Rotelli. Come noto  “tutti” i tagli alla sanità sono stati riservati al resto del territorio regionale, quello che si trova oltre Barcola (Ts). Ci conforta comunque che a confermarlo siano due consiglieri regionali del Pd eletti nella circoscrizione di Trieste. Quando eravamo noi friulani a denunciare questa pesantissima discriminazione territoriale  a danno del Friuli, eravamo accusati di essere “campanilisti” e di “avercela con Trieste”.

Ricordiamo infine ai due consiglieri regionali Pd, Franco Codega e Franco Rotelli, che la nostra regione nella sanità è stata declassata dal secondo posto al 20 posto (fascia bassa della classifica nazionale). Ma questo forse lo sanno già anche se fingono di non saperlo....

 
 http://comitat-friul.blogspot.it/2017/12/la-sanita-regionale-tra.html

 

(...) E per concludere, un recente articolo ci ricorda che: «Assieme ad altre regioni, il Friuli Venezia Giulia ha ottenuto la maglia nera della sanità: lo rileva la quinta edizione (2017) del ranking dei servizi sanitari regionali (Ssr), elaborata nell’ambito del progetto “Una misura di performance dei Ssr” condotto dal Crea Sanità – Università degli Studi di Roma Tor Vergata». ( http://www.infermieristicamente.it/articolo/7882/il-friuli-ottiene-la-maglia-nera-della-sanita/ ), ove si leggono pure le dichiarazioni del Coordinatore Regionale NurSind Gianluca Altavilla, che sostiene che non vi è stato in Regione Fvg, «Nessun investimento reale, soltanto parole di ottimismo. Peccato che non realizziamo elettrodomestici, ma produciamo salute». (...)" 

LA REDAZIONE DEL BLOG
 
 

venerdì 29 dicembre 2017

Convegno del 15 dicembre 2017 - Quali i destini per l'autonomia friulana? INTERVENTO DI ROBERTO DOMINICI


 
 
 
 
Convegno su:

NELLA EUROPA DI OGGI SI DIFFONDONO MOVIMENTI AUTONOMISTI INEDITI: PERCHE'? CON QUALI PROSPETTIVE? QUALI I DESTINI PER L'AUTONOMIA FRIULANA?
 
INTERVENTO DI ROBERTO DOMINICI

Udine, 15 dicembre 2017

Colgo parte dell'articolato tema del convegno per alcune considerazioni e riflessioni inerenti la dimensione nazionale ed, in via più specifica, quella regionale e locale.

Mi chiedo innanzitutto: ha senso oggi parlare in Italia di autonomia regionale?

La mia risposta è assolutamente sì se non altro perché siamo in presenza di una marcata tendenza “centralista” statale, alimentata anche da una gestione politica ispirata, spesse volte, alla semplificazione con “accentramento” dei poteri decisionali che porta, di fatto, a più Stato ed a meno autonomia.

La “tendenza centralista” sarebbe risultata ancor più netta se con il referendum di un anno fa fosse stata approvata la riforma costituzionale allora proposta, riforma che avrebbe comportato una vera “involuzione” rispetto al disegno dei Padri costituenti:

  • le Regioni ordinarie sarebbero divenute ancor più ordinarie con la totale spogliazione delle cosiddette competenze “ripartite”, cioè “miste” Stato-Regione su tematiche di diretto interesse locale;
  • le Regioni speciali avrebbero mantenutosi lo status quo ma in via transitoria fino alla revisione del proprio Statuto da farsi con l' “intesa” tra soggetti “ineguali” e, aggiungo io, ispirandosi necessariamente alla “filosofia” di quella riforma che è, lo ripeto, di accentramento
  • le Regioni tutte sarebbero state sottoposte alla cosiddetta “clausola di supremazia” che avrebbe implicato la possibilità dello Stato, a suo unico giudizio, di “invadere”, caso per caso, pure la stretta e diretta competenza statutaria regionale.

Pericolo, dunque, scampato, ma non illudiamoci che la vocazione del “più Stato” sia morta.

C'è allora la necessità di vigilare sempre affinché l'autonomia regionale in generale sia salvaguardata, non sia compromessa, sia anzi potenziata, seguendo la linea che i problemi siano governati dalle istituzioni più prossime alla gente.

Con riguardo alla nostra realtà regionale, mi chiedo: ha senso la “specialità”?

Certo che sì. È vero: alcune motivazioni originarie (confine particolare) sono superate, altre però permangono (presenza di ben tre minoranze riconosciute), altre sono attuali (possibilità di una politica di cooperazione transfrontaliera nell'interesse anche italiano ed europeo).

Francamente non capisco perché la politica, di tanto in tanto, si interroghi su questo dando così l'impressione che siamo noi stessi ad esternare dubbi.

La specialità c'è ed il miglior modo di difenderla è quello di esercitarla fino in fondo con riguardo anche ai temi indicati poco fa in relazione dal Prof. Tellia.

Circa i nostri rapporti con lo Stato due sono i temi che il mondo autonomista dovrebbe con urgenza sollecitare per una definizione: la acquisizione della competenza in capo alla Regione in materia di istruzione ciò che consentirebbe di affrontare più compiutamente la questione dell'insegnamento della lingua friulana alla luce della sentenza della Corte Costituzionale sulla l.r. n.29 del 2007, e la revisione della compartecipazione tributaria della Regione, che, come ben sappiamo, è la più bassa tra le Regioni ad autonomia differenziata.

Giunti a questo punto dobbiamo porci un tema di fondo che attiene alla prospettiva per la nostra Regione: deve continuare come è ora o si può pensare a qualcosa di diverso? E cosa?

Credo che si debba pensare a qualcosa di “diverso”, guardando sì alle aspirazioni antiche ed a quelle attuali, ma specialmente, con molto realismo, alla praticabilità, politica ed istituzionale, delle proposte.

A mio giudizio andrebbe rivisto il “modo di essere” della Regione ed il suo rapporto con le autonomie locali: la Regione si occupi della legislazione, dell'alta programmazione ed indirizzo e trasferisca le funzioni gestionali al sistema delle autonomie locali rapportandosi alla natura e portata delle funzioni stesse.

Quindi un sostanziale “decentramento” che stimola l'autogoverno locale, che valorizzerebbe le “specificità” presenti nei nostri territori.

Non è una idea nuova: D'Aronco, gran padre dell'autonomismo friulano, ne parlava ancora nelle sue “Opinioni Personali”. Ma è come fosse nuova, posto che non è mai stata attuata.

Questa operazione, ecco il realismo, è fattibile a statuto regionale vigente come previsto dal suo originario art. 11.

È vero che la riforma statutaria dello scorso anno ha modificato tale articolo, ma non al punto di disporre il contrario di quanto in precedenza stabilito.

La soluzione che ho appena detto avrebbe pure il pregio di non recare pregiudizio ad altre eventuali scelte future ed inoltre, nel suo contesto, potrebbe offrire l'occasione per “riaffrontare” con intelligente “rilettura” il tema dell'articolazione istituzionale locale, non con progetti calati dall'alto, ma partecipati, perché anche il metodo spesso è sostanza.

Dico spesso e ripeto: se ha ben funzionato il ricorso alla delega per la ricostruzione post-terremoto con la gravosità di quei problemi, perché non dovrebbe funzionare ora in situazioni per così dire “più tranquille”? Questo è uno dei concetti espressi nel documento di riflessioni e proposte predisposto dalla Associazione Consiglieri Regionali del FVG e della Associazione Comuni Terremotati e Sindaci della Ricostruzione nel maggio scorso, documento che ha avuto il positivo riscontro anche del Capo dello Stato.

Nella recente modifica dello statuto della Regione è stata introdotta la “Città Metropolitana”.

Considerata la fonte proponente vien da pensare all'Area Triestina, più o meno vasta.

E il Friuli? La mia opinione è che bisogna dar vita ad una “istituzione” anche per il Friuli con funzioni ben definite di area vasta.

Le due “articolazioni” devono essere, è sempre la mia opinione, contemporanee e non sfalsate nel tempo. Quindi un disegno articolato per elementari esigenze di equilibrio.

In Friuli non possiamo rimanere ancorati a quelle che D'Aronco ama chiamare “provincette”, cioè alle UTI e ciò al di là di ogni giudizio di metodo e di merito sulle stesse.

Mi chiedo ancora: l'autonomismo in questi tempi deve occuparsi solamente dei temi “classici”, o se volete “storici” in quanto fondativi del movimento o deve andare oltre guardando, senza venir meno alla mission antica, ai problemi e alle esigenze dei nostri territori?

Credo che quest'ultima sia una scelta doverosa e nello stesso tempo obbligata se vogliamo corrispondere alla domanda di autogoverno.

L'autonomismo deve allora elaborare proposte sulle grandi questioni che sono diverse.

Ne cito soltanto qualcuna:
  • l'economia dopo un decennio di crisi che lascia conseguenze
  • le grandi infrastrutture in chiave di sviluppo
  • i giovani, come ricordato poco fa da Giacomini, a fronte di una generazione che, in assenza di occupazione stabile, non può trovare stimoli all'impegno di comunità
  • l'Università legata al territorio dal mandato istitutivo, da non dimenticare mai, e dal Patto, patrocinato con la tenacia che ben conosciamo da Arnaldo Baraccetti stipulato dall'Università e dalle maggiori rappresentanze del Friuli in un momento piuttosto difficile dovuto alla legge di riforma Gelmini ed al ricomparire di dichiarazioni del tipo: due università in Regione sono troppe.

A giorni poi, nell'assordante silenzio della politica e delle istituzioni, del mondo economico, cesserà la operatività della Cassa di Risparmio, istituto che è stato per assai lungo tempo parte sostanziale della storia del Friuli.

Questo fatto deve stimolarci a riflettere circa la presenza delle banche sul nostro territorio e, soprattutto, sul tema del credito, elemento essenziale sia per l'economia, sia per il sociale.

Occorre, dunque, un “progetto” organico, elaborato possibilmente non in solitudine ma con l'apporto delle forze vive della società.

Può essere di esempio, sul piano metodologico, l'azione a suo tempo svolta dal Comitato per l'Autonomia del Friuli che, nel suo agire, si è sempre confrontato, sui grandi temi, con le istituzioni più rappresentative, le forze sociali e produttive.

Io sono per un Friuli che non si chiuda in se stesso e che, ben saldo nelle sue radici e con la cultura dei propri valori, si apra per inserirsi attivamente nel divenire della storia.

Un Friuli che guardi in particolare all'Europa, che ha sì bisogno di rigenerarsi riscoprendo la sua mission originaria, ma che comunque resta il nostro orizzonte più alto.

L'avvicinarsi delle elezioni regionali mi induce a porre un'ultima domanda: è possibile che le varie anime autonomiste, tutte preziose e valide, trovino sui problemi di oggi più che sui disegni di lunga prospettiva, elementi di unione per un cammino d'assieme, certamente autonomista, ma anche impegnato sui problemi della nostra comunità? Pensiamoci.

Occorre puntare ad una Regione “pensante” e “dialogante” che abbia l' “umiltà” dell'ascolto, la capacità di proposta, la disponibilità al dialogo.

Mi auguro che su questo si apra una sostanziale riflessione.

Consentitemi di concludere con un richiamo generale ad uno dei mali più diffusi nella politica di oggi: il populismo.

In una recente pubblicazione edita da Giulio Einaudi, Marco Revelli dell'Università del Piemonte orientale, scrive:” Il populismo si manifesta quando un popolo non si sente rappresentato. E' “malattia infantile” della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora maturi. E' “malattia senile” della democrazia quando i tempi della politica sembrano essere finiti. Come ora, qui, non solo in Italia”.

E' necessario allora, nell'interesse di tutti, che la politica torni a volare alto.

Udine, 15 dicembre 2017

Roberto Dominici
 
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La Redazione del Blog ringrazia Roberto Dominici per averle concesso la pubblicazione del suo ottimo intervento al convegno sull'autonomismo del 15 dicembre a Udine. 
 
 
 

domenica 24 dicembre 2017

"LEGGERE E SCRIVERE" la LECTIO MAGISTRALIS di Gianfranco d'Aronco

 
18 dicembre 2017
 
Grande partecipazione oggi alla cerimonia nell’aula 3 di via Tomadini a Udine

A Gianfranco D'Aronco, uno dei “padri” dell'Ateneo friulano, la laurea ad honorem in Italianistica

 
 
 
 
Foto tratta da quiuniud
 
 
 
Lectio magistralis
di Gianfranco D’Aronco
 
Leggere e scrivere 

 
Comincio col ringraziare i principali responsabili dell’onore che mi viene riservato, a partire dall’attuale magnifico rettore Alberto Felice De Toni e da chi lo ha preceduto, Cristiana Compagno. Io ho il merito, diciamo così, di aver resistito alle intemperie dell’età, quando finalmente si smette di scrivere, ma non di leggere. C’è sempre da imparare qualcosa.
In realtà io mi sono sempre sentito scolaro, e anche oggi mi sento tale, pur se qualche cosa ho imparato, attingendo a quanto prodotto da maestri veri, che ho avuto la fortuna d’incontrare: mi riferisco alla Cattolica di Milano. Dopo la laurea e il perfezionamento o specializzazione (oggi si dice “master”), non ho fortunatamente interrotto i rapporti con chi avevo incontrato all’ombra di S. Ambrogio. Dico ad esempio Luigi Sorrento, Alberto Chiari, Aristide Calderini, Lorenzo Bianchi. I granelli di scienza da loro sparsi trovavano qualche piccola zolla fertile anche in me, e li ringrazio ancora col pensiero, se essi mi ascoltano dell’alto.
Anno dopo anno, mi avvenne di insegnare a mia volta, e di punto in bianco mi trovai a Padova, all’ombra di maestri come Diego Valeri, Carlo Tagliavini, Vittore Branca, Gianfranco Folena. Dopo vent’anni, e dopo una breve parentesi a Siena, passai a Trieste, dove avevo mosso i primi passi come assistente di Aurelio Roncaglia. E a Trieste trovai eccellenti colleghi come Bruno Maier e Claudio Magris.
Chiedo venia per l’autobiografia , per dire che ciò che possiedo è per metà farina del sacco altrui, e debbo in qualche modo ricambiare almeno un po’ del bene ricevuto. Quanto a farina mia, non sarò certo il giudice di me stesso. Rimando chi proprio lo volesse a una Miscellanea, pubblicata per merito di Giovanni Frau e arricchita da una generosa presentazione di Raimondo Strassoldo.
Lasciate ora che mi rallegri per aver visto nascere e crescere in tutti questi anni la nostra Università, e ricordi chi, interpretando voti precedenti, ha dedicato anima e corpo a una tenace e disinteressata azione volta a rivendicare i diritti di una terra. Era una voce fattasi presto voce di popolo, riconosciuta con legge di iniziativa popolare: dico di Tarcisio Petracco “cui nullum par elogium”, e ho detto tutto.
Ho visto nascere questa Università, dapprima come Facoltà staccata dall’ateneo di Trieste, e poi fattasi autonoma. Come è stato sottolineato, è sorta al servizio di schiere di giovani, che in passato dovevano attingere ad altri atenei di là della Livenza e del Timavo. Ma c’era stato un lontano precedente, rivendicato da un insigne storico del diritto, il nostro Pier Silverio Leicht: uno Studio generale, come si diceva allora, ovvero una scuola di diritto con sede a Cividale, che il patriarca Bertrando aveva voluto e che Carlo IV di Lussemburgo riconobbe con un documento che reca la data 1353 e che si può leggere ancora. Ma già da prima, forse dal 1344 almeno, la scuola funzionava. In Italia lo Studio bolognese, il più antico che si conosca, sorse nel 1158; quello padovano nel 1221. Nel resto d’Europa gli Studi sono tutti successivi. Ma la istituzione cividalese ebbe vita breve: meno di un secolo, scomparendo con la occupazione veneziana. Peccato. Lo Studio aveva uno scopo importante: attirare studenti dall’Italia, dalla Germania, dalla Ungheria, dalla Slavonia. E il particolare interesse che la nostra Università mostra verso la cultura dell’Est pare quasi sia nato dalla volontà di fare propria l’antica missione per la quale era sorto il glorioso Studium.
Non voglio abusare ancora della vostra cortesia. Delle mie opere e operette hanno già detto altri. Ho studiato la letteratura italiana. Mi sono occupato di letteratura friulana (insegnavo letterature popolari e filologia romanza). Ho pubblicato una versione inedita e pressoché ignorata, risalente alla fine del XIII secolo (come le cinque esistenti in Europa: a Parigi, Lione, Bruxelles, Londra, Oxford) e conservata nella biblioteca arcivescovile di Udine: dico della “Grande ricerca del santo Graal”. Quanto al settore friulano, ho dato una mano al risveglio di questa letteratura, che reca i nomi di Pier Paolo Pasolini, Riccardo Castellani, Franco de Gironcoli, Riedo Puppo, Novella Cantarutti, Nadia Pauluzzo e tanti altri ormai. Era la fine del dialettalismo nostrano. Contemporaneamente (e non poteva essere altrimenti) ho seguito le vicende che avrebbero portato non senza ostacoli al riconoscimento della nostra Regione autonoma. Anche qui potrei continuare: del resto è tutto già scritto. Non eravamo campanilisti; non eravamo chiusi in casa. Leggevamo tra l’altro i libri, a cominciare da“Mireio” di Mistral, sulla cui tomba ho letto cinquant’anni fa una sola parola: “Prouvenco”. E leggevamo Aubanel, di cui ci colpì un giorno (cito a memoria), un verso: “Spingendo la carretta sul monte Ventoux, non parlavamo di piccola o grande patria”. L’amor di patria è un sentimento, e all’amore non si comanda. Meglio sarebbe forse l’amor di patrie. Voler bene al Friuli non significa (figurarsi) disdegnare il resto del mondo. Il Friuli (confesso) è stato il mio primo amore. Le prime parole che sentii da neonato erano nel friulano di Gemona dei miei genitori: e il primo amore (altro detto) non si scorda mai. Sul Friuli ho scritto e soprattutto letto. Meglio così, meglio rimanere scolari. Grazie.
 
TO, 17.12.17   Gianfranco D’Aronco
 
 
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La Redazione del Blog nel ringraziare il prof. Gianfranco D'Aronco per averle concesso la pubblicazione  della sua  Lectio magistralis, rinnova nuovamente al Presidente onorario del "Comitât pe autonomie e pal rilanç dal Friûl" le più vive congratulazioni.
 

LA REDAZIONE DEL BLOG